Rosa
e Olindo, i due della strage di Erba, hanno preso l’ergastolo. E tre anni di isolamento diurno, proprio come aveva chiesto l’accusa. La camera di consiglio non è durata molto: appena sei ore. La gente alla fine ha applaudito. I due imputati non c’erano. Gli avvocati difensori hanno fatto sapere che ricorreranno e hanno ricordato che questo è solo il primo grado di giudizio.
Come avrebbero potuto non condannarli?
Ieri mattina Azouz, il tunisino marito della giovane Raffaella Castagna, era venuto a dire che uno sconosciuto era andato a dire ai suoi genitori che Rosa
e Olindo erano innocenti. La difesa ne ha approfittato per chiedere un approfondimento. Il giudice ha respinto. Ora ci sarà una richiesta di perizia psichiatrica, imperniata sul fatto che i due non sembrano patire tanto il carcere quanto il fatto di dover stare uno lontano dall’altra. E questo, secondo gli avvocati, sarebbe da manicomio. Diciamo che è un po’ debole: è da manicomio la strage, casomai, ma i difensori hanno deciso di puntare sull’innocenza e di considerare l’infermità mentale una seconda opzione. Solo che non possono legarla al delitto, devono legarla ad altri segni di follia. Difficile.
Ricostruiamo il fatto?
La notte dell'11 dicembre 2006 i carabinieri di Erba, comandati dal colonnello Garofano, accorsero a una chiamata dei vigili del fuoco che, intervenuti in via Diaz per domare un incendio, avevano trovato cinque persone riverse. E riverse non perché asfissiate dal fumo. Riverse perché erano state sgozzate. I militari non sapevano che cosa pensare. Uno dei cinque - un uomo anziano - respirava e venne portato in ospedale. Sul pavimento del corridoio giacevano due donne. Sul divano in salotto un bambino di due anni. Sulle scale, un'altra donna. Tutti massacrati di botte e con la gola tagliata. Tra la gran folla che s'era radunata in cortile si fece avanti un vecchio. Costui mormorò: «Ma è la mia famiglia. Sono mia figlia, mia moglie, mia nipote». Era Carlo Castagna, industriale del mobile, uno degli uomini più ricchi e potenti della città. Le tre donne morte erano: sua figlia Raffaella, di anni 31, laureata in psicologia; sua moglie Paola Galli; il suo nipotino Youssef. La terza donna uccisa era una vicina di casa, Valeria Cherubini. L'assassino aveva evidentemente compiuto il suo crimine in preda a una furia selvaggia. In un primo tempo si pensò che fosse il marito di Raffaella, il tunisino pregiudicato Azouz Marzouk. Ma costui, al momento dell’eccidio, era su un aereo che lo stava temporaneamente riportando in patria. Indaga e indaga, i carabinieri scoprirono nella vita dei due vicini di casa, Rosa
e Olindo, una stranezza: la loro lavatrice quella notte aveva lavorato, cosa mai successa in passato. Li interrogarono, poi l’uomo a cui avevano tagliato la gola, e che era sopravvissuto, disse che erano stati loro. Più tardi, messi alle strette, confessarono.
Come si sono difesi, adesso, visto che avevano confessato?
I difensori sostengono che la confessione fu estorta. Lui ha ripetuto varie volte di essere stato soggiogato psicologicamente, di essersi trovato a dover interpretare la parte dell’assassino. I loro avvocati dicono che nella confessione poi ritrattata i due sarebbero caduti in contraddizione 243 volte. Poi: «Frigerio è un teste a discarico perché la prima volta aveva detto di non conoscere gli assassini, la macchia di sangue sulla macchina potrebbe essere stata portata dai carabinieri, la pista vera è quella di malfattori che si sono vendicati di un qualche sgarbo di Azouz sterminandogli la famiglia». Era difficile.
L’accusa che cosa aveva detto?
Il pubblico ministero Massimo Astori, pochi giorni prima, aveva parlato per sette ore, ricostruendo minuto per minuto la strage e citando i virgolettati dei due disgraziati in cella. Ha mimato il modo come Rosa
ha tirato su il bambino Youssef di due anni e gli ha tagliato la gola. Ha fatto sentire la voce di Mario Frigerio, l’unico sopravvissuto, che dice: «Sono sicuro. Era Olindo». Ha ricordato i 76 colpi, tra coltellate e sprangate, che hanno contrassegnato la furia dei due. E poi la confessione fatta non col tono del disgraziato a un tratto consapevole dell’orrore in cui è precipitato, ma del vendicatore che non può nascondere il gusto provato per la soddisfazione che s’è tolto.
Questa indifferenza, secondo me, ha avuto un grande peso nella sentenza.
È molto probabile. Olindo ha cercato di mitigarne l’effetto chiedendo la parola, alla fine, e dichiarando di essere dispiaciuto per la morte di quei quattro innocenti. Ma era troppo tardi.
(dalla Gazzetta dello Sport del 26/11/2008)
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